La testimonianza di Rosa da Palermo

Per raccontarvi del mio viaggio in Kenya potrei iniziare parlandovi delle immense spiagge di sabbia fine bianca, della bellezza della Savana con i suoi mille colori, dell’eleganza e maestosità degli animali che la abitano, di come la notte il cielo diventa un tappeto di stelle grandi e luminose o dei tramonti da cartolina che ti tolgono il fiato. Ma ho deciso di soffermarmi e descrivere un’altra faccia del Kenya, che ho avuto la possibilità di vivere durante questo viaggio; forse meno conosciuta, ma altrettanto bella e soprattutto reale. È la storia del Tabasamu Centre di Kaembeni/Majengo; è la storia di Claudio e Marisa; è la storia di come rinunciare a tutto e dedicarsi totalmente agli altri è possibile; è la storia di come l’amore tra due persone possa generare amore in mille altre forme.

La programmazione del viaggio

Sono un medico e l’idea di svolgere un’attività di volontariato in Africa mi ha da sempre affascinata. Ad agosto 2019 mi si presenta finalmente questa opportunità: mia sorella, con un gruppo di colleghi magistrati, spinti anche dai racconti e testimonianze della precedente esperienze al Tabasamu Centre vissuta da un altro collega, decidono di partire come volontari. Mi chiede se voglio unirmi a loro. Non conosco nessuno, non ho ben chiari alcuni dettagli del viaggio, la cosa un po’ mi spaventa, ma dico subito di sì e in meno di una settimana abbiamo già organizzato tutto.

Spinta dalla curiosità di conoscere Claudio, il Tabasamu Centre e la sua storia ancor prima di partire, inizio ad informarmi e a leggere. Leggo di come Claudio e sua moglie Marisa, siano riusciti a creare dal nulla una vera e propria realtà che ormai da 10 anni opera in kenya, nella zona di Majengo e con non poche difficoltà. Leggo del coraggio di Claudio che, anche dopo la prematura scomparsa di Marisa, ha deciso di portare avanti da solo il loro progetto di solidarietà. Non lo conosco ancora, ma provo già una profonda stima e ammirazione nei suoi confronti.

Il giorno della partenza e l’arrivo in Kenya

Il 21 agosto finalmente si parte da Palermo. Il viaggio è lungo, fin troppo lungo. Tre Paesi, quattro aeroporti, tre aerei, attese infinite in aeroporto e un lungo viaggio in auto prima di raggiungere Malindi. Arriviamo al Royal Tulia Home, pensato inizialmente da Claudio e Marisa come alloggio per i volontari, oggi una grande casa nella quale vive Claudio. Ad accoglierci c’è proprio lui, con uno stretto abbraccio come se ci conoscessimo ormai da tempo. Ci fa accomodare e, sorseggiando un succo preparato per noi dai manghi raccolti all’interno del Royal Tulia, ci racconta la storia del Tabasamu Centre, di come sia nato il progetto, delle tante difficoltà che ha incontrato nella sua realizzazione e che tutt’ora deve affrontare, ma anche delle tante soddisfazioni che ogni giorno lo spingono ad andare avanti. In ogni frase del suo racconto nomina Marisa, sempre con gli occhi lucidi e pieni d’amore. Ci mostra la nostra stanza che condivideremo per i successivi 10 giorni con un geco e un ranocchio, ma lo spazio a disposizione è grande ed ognuno sta serenamente al proprio posto. La sera conosciamo finalmente gli altri compagni di viaggio, sono simpatici e l’idea di condividere l’esperienza con gente che non conosco non mi spaventa più.

I giorni da volontario al Tabasamu centre

Finalmente è arrivato il giorno che aspettavo. Finalmente al Tabasamu centre. Claudio ci informa che a causa di un’ordinanza l’apertura delle scuole è slittata a settembre, per cui ad attenderci non ci saranno 400 bambini come al solito. Arrivati al centro mi rendo subito conto di quanto sia grande la struttura, più di quanto mi aspettassi; c’è un cantiere con gli operai, Claudio ci spiega come ci sia un continuo ampliamento per far fronte ad ogni tipo di esigenza.

Scesi dall’auto i bimbi ci vengono incontro, timidi nel vedere i nostri volti nuovi, ma forse noi lo siamo più di loro. Si raggruppano e intonano il loro canto di benvenuto ai volontari, si presentano e noi facciamo lo stesso. Finite le presentazioni è tempo di giocare, avevo avuto a che fare con i bambini in diverse occasioni, mi sentivo sicura e pensavo che anche questa volta sarebbe stato facile; invece non avevo idea di che approccio adottare in questa circostanza, così nuova per me, ma ormai così comune per loro. Claudio capisce il nostro imbarazzo e ci spiega che l’approccio migliore è quello di lasciarsi andare, senza forse ragionare troppo e così è stato, tutto molto naturale, spontaneo, sono stati loro a prenderci per mano e coinvolgerci nei loro giochi, annullando qualsiasi forma di imbarazzo iniziale.

Sin dal primo giorno ci hanno riempiti di treccine e tatuaggi colorati lungo tutto il corpo. Le giornate trascorrevano in allegria tra giochi, canti, balli, disegni e colori. Comunicare con loro non è stato difficile. I più grandi studiano l’inglese a scuola ed i più piccoli si fanno capire, in un modo o nell’altro., esattamente come i nostri bimbi, spontanei e leggeri, solo un po’ meno fortunati. Siamo felici di consegnare a Claudio il borsone che avevamo portato dall’Italia per i bambini, pieno di vestiti e colori. Non è molto, ma pur sempre un aiuto.

I giorni da turisti in Kenya

Oltre ai giorni trascorsi al Tabasamu Centre come volontari, abbiamo anche avuto la possibilità, nel corso dei 10 giorni, di visitare alcuni dei posti più belli del Kenya. Grazie anche all’aiuto di Claudio, sempre disponibile a consigliarci ed aiutarci nell’organizzazione delle escursioni.

Le spiagge bianche di Watamu e Sardegna 2, il paesaggio unico dell’Hells Kitchen, ma l’esperienza più bella ed emozionante è stata senza dubbio quella del safari. Due giorni passati nella savana, dove tutto ciò che fino a poco tempo prima avevo visto in cartolina o nei documentari, adesso è proprio lì davanti ai miei occhi e non c’è foto che possa rendere la bellezza, i colori, l’unicità di questo posto; non ci sono parole che possano descrivere a chi non c’è stato il cielo stellato dell’Africa, ma è tutto lì, ancora vivo nei miei ricordi come fosse ieri.

La mia esperienza da medico volontario al Tabasamu centre

Durante alcuni giorni al Tabasamu Centre ho avuto la possibilità di collaborare, da medico, con il personale del presidio sanitario. L’ostetrico Thoya Basa, in particolare, mi ha da subito accolta a braccia aperte; disponibile ad illustrarmi i reparti del presidio, tra cui un reparto maternità con sala parto e degenza, il piccolo laboratorio di analisi ematochimiche e il centro fisioterapico che porta il nome di Marisa.

Qui con i pochi mezzi che si hanno a disposizione, si cerca di fare e si fa davvero tanto. Mi sono resa conto che qui non ci sono gerarchie, che non contano i titoli o gli anni trascorsi a studiare sui libri, ma è l’esperienza, la capacità di aiutare qualcuno con quel poco che si ha a disposizione, che ti rende davvero un medico. Thoya mi ha dato la possibilità di collaborare nelle visite ambulatoriali e nelle vaccinazioni. È stato interessante e costruttivo confrontarsi sui diversi approcci pratici e diagnostico-terapeutici e sono felice di aver contribuito ad un reciproco scambio formativo.

L’ultimo giorno al Tabasamu Centre

Il giorno che sembrava così lontano e che speravamo non arrivasse mai è purtroppo arrivato. Siamo tristi, i bimbi lo sono forse più di noi. Ci ripetono che le promesse dei volontari di ritornare, non sempre sono mantenute. Mi si stringe il cuore, sono certa che la mia promessa di ritornare sarà mantenuta, ma purtroppo non so quando. È l’ultimo giorno e non c’è spazio per la tristezza, ma solo per canti e giochi. Così anche l’ultima giornata al centro trascorre in allegria e spensieratezza.

Per il nostro arrivederci abbiamo preparato una sorpresa per i bimbi: pane e nutella, una merenda quasi normale per noi, ma nuova per loro. Mentre la prepariamo ci guardano incuriositi. In fila indiana, silenziosi e ordinati prendono la loro porzione. Sono un po’ titubanti all’inizio, ma al primo assaggio la adorano e sono pronti per il bis.

Dopo la merenda c’è ancora tempo per cantare, giocare e scattare qualche foto ricordo, poi è tempo si salutarsi. A breve farà buio e i bimbi devono rientrare a casa, lontana anche parecchi chilometri per alcuni di loro. Così in gruppo, come il primo giorno, cantano la loro canzone, questa volta è però di arrivederci. Abbracciandoli li accompagno al cancello, ridiamo, cantiamo e balliamo ancora la canzone che ha fatto un po’ da colonna sonora per tutto il nostro viaggio:” jambo, jambo bwana…”

Torniamo a casa anche noi. Mi godo l’ultimo viaggio tra le strade sterrate e asfaltate; tra le capanne di fango e gli alberi di Baobab; mi godo l’ultimo tramonto sul ponte per tornare a casa e chiudo gli occhi per qualche minuto, è la prima volta in 10 giorni, ma sono davvero stanca, era l’ultimo giorno e avevo dato tutta me stessa.

Rientriamo al Royal Tulia, si inizia a preparare la valigia, domani è il momento di tornare a casa anche per noi.

Il viaggio di ritorno e il rientro a Palermo

Prima della partenza, con un piccolo contributo, acquisto i libri di solidarietà Kenya. Ho tanta voglia di leggerli al mio rientro. Lascio anche tutte le medicine che avevo con me, lì non sono mai abbastanza.

Rispetto all’andata il viaggio è identico: tre Paesi, quattro aeroporti, tre aerei e attese infinite in aeroporto; eppure stavolta c’è qualcosa di diverso e non è il bagaglio in meno lasciato lì in Africa, sono io che sono diversa, che vivo il ritorno con uno spirito diverso rispetto all’andata. La voglia, la curiosità, l’incertezza dell’andata, lasciano adesso il posto alla tristezza, ai tanti ricordi, alla nostalgia dei giorni trascorsi in Kenya. Nella mia testa c’è un caos di emozioni, così chiudo gli occhi e riordino i ricordi rivivendo istante per istante tutto il mio viaggio prima di tornare alla realtà.

Arrivo a Palermo ed è subito aria di casa. Sole, caldo, forse più del Kenya. Il traffico mi riporta alla realtà, ma l’Africa ti resta dentro, così per colmare la nostalgia inizio a leggere uno dei libri di solidarietà Kenya. Alla seconda pagina ho già gli occhi lucidi, all’ultima piango. Forse proprio per la nostalgia, forse per la consapevolezza che ciò che ho fatto e dato è solo una goccia nell’oceano o forse perché l’interrogativo di Claudio alla fine del libro, lascia un vuoto e tanta tristezza anche a me.

Cosa possiamo fare per sostenere il Tabasamu centre

Per dare un contributo a 360 gradi l’ideale sarebbe partire come volontari, portando con sé una valigia piena di amore, allegria, voglia di fare, spirito di adattamento, ma anche vestiti, colori, quaderni, giochi, palloni e medicine. Sono queste le cose di cui hanno maggiormente bisogno al centro.

Qualsiasi tipo di donazione, fatta anche dall’Italia, può dare una grande mano a Claudio nel gestire il centro e nel poter realizzare tutti i progetti di miglioramento e sviluppo. Al Tabasamu Centre viene fornita assistenza scolastica, alimentare e sanitaria a circa 400 bambini e per rendere possibile tutto ciò c’è bisogno di aiuto da parte di tutti noi.

Ho visto personalmente quanto è stato fatto e quanto ci sia ancora da fare e tutti noi possiamo contribuire nel nostro piccolo a questa grande missione di solidarietà e umanità.

Ho visto quanta passione e quanto lavoro ci sia dietro questo progetto, per nulla facile da gestire, soprattutto quando si è da soli.

Cosa porto con me dopo questa esperienza

Porto con me la consapevolezza di aver dato solo un piccolo contributo al progetto, la sensazione di aver lasciato una missione incompiuta, ma allo stesso tempo la convinzione e la voglia di poter ancora fare tanto. Lì in Africa o anche solo qui dall’Italia.

Porto con me un’esperienza che senza dubbio mi ha arricchita e fatta crescere professionalmente e umanamente.

Porto con me l’allegria e i sorrisi dei bambini africani (Ora capisco perché si chiama Tabasamu Centre). Bimbi che non hanno nulla, per necessità cresciuti forse troppo in fretta, ma che non per questo rinunciano ad essere bambini. Bimbi che non hanno nulla ma che sono riusciti a darmi davvero tanto, forse più di quanto io sia riuscita a dare a loro.

Porto con me 6 compagni di viaggio: Concetta, Paola, Elvira, Silvia, Carlo e Andrea, ormai amici, con i quali ho condiviso tutto in quei dieci giorni.

Porto con me una promessa fatta ai bimbi e a me stessa, quella di ritornare e che spero riuscirò a mantenere presto.

Porto con me un proposito, quello di riuscire a donare al reparto maternità un monitor con monitoraggio dei parametri vitali, fondamentale per la sala parto.

Porto con me l’Africa nella sua totalità, nella sua bellezza, povertà e contraddizioni.

Porto infine l’ammirazione e la riconoscenza nei confronti di Claudio, per l’ospitalità (al Royal Tulia mi sono sentita a casa dal primo giorno), per la disponibilità nel far fronte ad ogni nostra richiesta ed esigenza e per la possibilità che mi ha dato di vivere questa esperienza unica.

2020  Solidarietà Kenya Onlus