"Occhi di Cielo": al cuore del Tabasamu

di Francesca Gerosa e Alessandro Magni - Lurago d'Erba - Agosto 2012

Ferragosto. Malpensa, ore 12.00. L’aereo lascia il suolo italiano verso una meta che per noi è tanto desiderata quanto misteriosa. Selvaggia e incontaminata, terra dall’infinito orizzonte. Africa.
Qatar, Tanzania, Kenya. Due scali internazionali e 24 ore di viaggio a cavallo dell’equatore si fanno ormai sentire ma una volta atterrati a Mombasa sono solo due le ore di taxi che ci separano dalla meta. Usciti dalla città non ci sono più semafori. La strada, grosso serpente sdraiato su terre verdeggianti, è territorio di lotte e conquiste: infinite tipologie di mezzi di trasporto si lanciano a tutta velocità alla conquista di un pezzo di asfalto o di un sorpasso azzardato. Nell’Africa del “pole-pole” – per dire uno stile decisamente calmo nell’affrontare la vita – i trasporti sono tutti all’opposto. Insomma, non c’è tempo da perdere.

Marisa e Claudio ci attendono a Malindi. Sono due erbesi tanto creativi quanto generosi. Hanno lasciato la nostra terra trasferendosi in Kenya per duplici motivi: lavoro e solidarietà. Lui architetto, lei fisioterapista. Un incontro di lavoro in terra africana si trasforma nella più inaspettata esperienza di solidarietà. Li conosciamo da tanto tempo e finalmente stiamo per incontrare il luogo dove i loro desideri e le loro fatiche, grazie al supporto di tanti amici e sostenitori, si sono fatti realtà.
Le valigie sono già sulla jeep. Si parte. Destinazione Majengo, un villaggio a circa 40 minuti di strada dalla città, dove “Solidarietà Kenya Onlus” - l’associazione da loro costituita – ha reso possibile la costruzione del “Tabasamu Center”, il “Centro del Sorriso”. È qui che vivremo la nostra estate Africana, nel Summer Camp (il nostro “grest” estivo) che accompagna i ragazzi durante il periodo di vacanze.

Su una strada larga, sconnessa e rosseggiante raggiungiamo il villaggio: ancor prima di entrare al centro si sentono lontani i canti dei bambini. Accolgono due sconosciuti come gente del posto. Canti, balli e tanti sguardi incuriositi. Iniziano a stringersi intorno a noi, vediamo i più piccoli correrci incontro, vogliono stringerci la mano e sedersi in braccio a noi. “Come ti chiami?” ci chiedono in un italiano neanche tanto strampalato. “Alessandro e Francesca” rispondiamo stupiti. Percepiamo fin da subito che nell’aria si respira semplicità e dolcezza. Ci siamo già dentro fino al collo. E senza rendercene conto il sole inizia a calare veloce all’orizzonte, i bambini ci salutano e tornano di corsa alle loro case. Non sono ancora le sette ma intorno a noi è già scesa la notte. Dopo un piatto di polenta intinta in un sugo di verdure, la nostra prima giornata in questa terra così lontana da casa è giunta al termine.

L’orologio segna le cinque di mattina. I primi raggi del sole filtrano nelle capanne di fango e accendono il rosso della terra della quale sono fatte. Si accendono i fuochi e con gli avanzi della sera si prepara un buon pasto. Ma questa è una fortuna che non tutte le famiglie possono avere. E anche noi ci caliamo immediatamente nella vita del villaggio, scandita dal ritmo della natura.

Tra le otto e le nove, dopo aver sbrigato le faccende di casa e recuperato l’acqua al pozzo, i bambini iniziano a popolare il centro. Entrano da una piccola stradina che da quella principale si infila nell’ombra delle piante. A destra la fattoria di “Nonna Cesira” con le sue capre, a sinistra il dispensario, poi l’edificio scolastico: corrono e si siedono sotto la finestra della nostra camera. A volte ci chiamano, a volte solo la loro presenza discreta basta a farci capire che è ora di cominciare. Di nuovo. Giorno dopo giorno.

Al Tabasamu Center siamo ospiti di Hellen e Sidi, due insegnanti. Fin da subito ci fanno sentire a casa, ci rendono partecipi della vita africana, ci raccontano storie e aneddoti di questa terra incontaminata, ci parlano delle loro vite. Ascoltiamo attenti, incuriositi, ci immergiamo nei loro racconti. Ci chiedono poi dell’Italia, vogliono sapere come trascorriamo le nostre giornate, pensano che “l’italiano” sia, per definizione, una persona ricca, benestante e con una vita facile. Cerchiamo di spiegare loro che non è esattamente questa l’immagine della vita italiana e che, seppur in maniera differente, ci troviamo anche noi a fare i conti con problemi e difficoltà di diversa natura. Ma per loro rimaniamo dei “muzungo”, i “bianchi” ricchi che non hanno problemi a spendere i soldi.

Le giornate passano tra i corsi di italiano e quelli di informatica: il primo è sempre pieno di ragazzi, sarà per la loro voglia di imparare la nostra lingua. Mai nessuno assente. Arrivano sempre in perfetto orario e fanno a gara per accaparrarsi i posti nei banchi in prima fila. Ascoltano attenti e in silenzio prendendo appunti sui loro quaderni perché non vogliono correre il rischio di farsi sfuggire qualcosa. Le loro braccia si levano in aria, il più in alto possibile, per cercare di farsi notare e sperare di essere chiamati alla lavagna a svolgere gli esercizi. Ogni giorno, al termine del tempo a nostra disposizione per il corso, i ragazzi rimangono seduti ai loro posti e chiedono di poter continuare con la lezione. Sui loro volti si legge il desiderio e la voglia di imparare, di apprendere, di conoscere nuove cose. Non si può non accontentarli. E già iniziano a domandarsi “ma come faremo per il corso di italiano quanto tornerete in Italia?”.
Al corso di computer la faccenda si fa più difficile: partecipano tre o quattro adulti, la maggior parte dei quali non ha mai visto un pc. E allora vai con le regole base spiegando ad esempio che il computer non si pulisce in acqua o che ci si lava le mani prima di utilizzare la tastiera. Ci accorgiamo subito che non bisogna mai dare nulla per scontato. Il risultato è un corso davvero base, ma che almeno ha aperto loro gli occhi sulle potenzialità di questo strano arnese.
Tra un corso e l’altro rimane il tempo per qualche lavoretto di manutenzione: dalle pulizie all’imbiancatura, dalla falegnameria alla raccolta del mais. In ogni momento hai sempre qualche ragazzo a fianco, pronto a darti una mano.

La sera, salutiamo i ragazzi e ci diamo appuntamento al giorno dopo. Riaffiorano alla mente le parole di Marisa al nostro arrivo “..vedrete, arriverete a sera stanchi ma contenti..”. Riusciamo così a comprendere fino in fondo il significato del suo messaggio. I sorrisi dei ragazzi, la loro gioia, l’allegria, la semplicità, il loro stupore di fronte alle cose più semplici, il desiderio di farci partecipi del loro vivere quotidiano. Chiudiamo gli occhi e ci lasciamo cullare da queste immagini mentre fuori è notte fonda. Il cielo pieno di stelle non ha pari e nell’aria solo il verso di qualche rana. L’indomani è un altro giorno, un nuovo giorno, tutto da scoprire, da assaporare lentamente, da respirare forte.

Venerdì. Una giornata come tutte le altre. Partiamo dal centro con quasi venti ragazzi per la “visita guidata” al villaggio. Ci fidiamo, ci lasciamo trasportare da loro. E così incontriamo la Majengo ancora più vera, fatta di capanne di fango, di strade che sono tracce nella boscaglia, di lavori quotidiani. Sperimentiamo l’accoglienza dei genitori, la gioia nel tuffarsi in quella pozza di acqua marrone accerchiata da un po' di sabbia. La chiamano spiaggia. Sulla via del ritorno siamo ormai più di sessanta: tappa dopo tappa il gruppo si è allargato e, arrivati al centro, è il momento del nostro ringraziamento: “peremende” – caramelle – meritate per tutti i presenti.

È già arrivato il momento di partire. Sembra strano ma tutto questo tempo è passato così intensamente che neanche ci siamo accorti del suo trascorrere. Seduti sulla jeep riusciamo a malapena a guardarli negli occhi. Oggi i bambini ci sono tutti, dai più grandi di sedici anni ai piccoli di un anno legati in spalla alle loro sorelle maggiori. Ci bussano sul vetro. Ci chiamano. Ci chiedono quando torneremo al Tabasamu Center. Non sappiamo dare risposte precise ma torneremo, ne siamo certi. Poi il motore si accende e ci avviamo verso l’uscita. Dalla stradina sul retro corrono in strada e ci precedono. La jeep scorre lenta sulla strada di fango lasciando agli sguardi un’ultima possibilità di incontro, un ciao rubato, un sorriso accennato. Più di una lacrima.

Lasciamo questo luogo di speranza con le valigie vuote ma con l’animo pieno di riconoscenza. Pensavamo di poter dare qualcosa a questo centro e invece abbiamo fatto razzia di ogni bene dell’anima. Vivendo in un luogo dove quello che c’è è solo l’essenziale, non abbiamo avuto altro desiderio se non quello di regalarsi ogni giorno ai quei volti. Un viaggio unico e meraviglioso, carico di emozioni, gioie, amore, momenti di stanchezza e felicità. Un’esperienza che lascia un segno indelebile, che permette di guardare avanti con occhi diversi, che aiuta a dare un senso nuovo alla vita di tutti i giorni.

Mombasa, Nairobi, Doha, Milano.

Togliamo i sandali dallo zaino e terra rossa cade sul pavimento. In un attimo si fa vivo il ricordo di ogni bambino incontrato, di quei volti e di quegli “occhi che vedevano più lontano di quanto potesse ogni altra persona. Occhi in cui Zamu si rispecchiò e che avrebbe desiderato rendere felici, soddisfare, abbracciare, baciare, se possibile adorare. Riflettevano l’infinito, quegli occhi. Occhi di cielo. Forse, pensò in maniera che le parve quasi blasfema, quelli erano gli occhi di Dio.” (A. Reggiori, La ragazza che guardava il cielo, Rizzoli, 2011)

Un ringraziamento particolare a Claudio e Marisa Benaglia, due secondi genitori e sapienti guide in questa esperienza. Un abbraccio sincero a Marco Pelucchi, Lorenza Villa e Matteo Broglia, compagni di avventura ed ora grandi amici grazie a Solidarietà Kenya Onlus.

2020  Solidarietà Kenya Onlus